lunedì 31 maggio 2010

Nuovi “programmi” per la riduzione dei rifiuti


di Eleonora Anello

Cittadini, commercianti e artigiani di Castagnole delle Lanze (AT), coinvolti in un’unica missione: diminuire la produzione totale di rifiuti. La campagna di comunicazione ambientale “Mi si sono ristretti i rifiuti” –promossa da Comune e realizzata con il contributo dell’Assessorato all’ambiente della Provincia di Asti- mira a raggiungere un’elevata qualità nella differenziazione dei rifiuti. Tre i principali obiettivi: riduzione alla fonte del compostaggio, riuso dei beni e utilizzo di prodotti senza imballaggio.

«Il claim ricorda il titolo di una famoso film –spiega Alessandro Cane, project manager di Erica e responsabile della campagna- e fa presa in modo ironico sul destinatario ribaltando l’idea del classico lavaggio in lavatrice: invece di restringere negativamente i panni, a Castagnole positivamente si ridurranno i rifiuti tramite appositi “programmi” indicati dall’amministrazione».

La cittadina che per tre anni consecutivi si è aggiudicata il primo posto assoluto nella classifica dei Comuni Ricicloni del Piemonte, con il suo 78% di rifiuti differenziati, a 5 anni dal lancio del primo progetto, vuole incremetare e migliorare tali risultati virtuosi attraverso una campagna prettamente informativa grazie soprattutto a incontri per pubblici specifici. Ne verranno organizzati 6 sul tutto il territorio. Il primo e più generale tenutosi negli scorsi giorni è stata l’occasione per presentare nuove concrete e possibili pratiche da mettere in atto per produrre meno rifiuti: dall’abolizione degli shopper in plastica alla stampa fronte/retro, dall’introduzione del “vuoto a rendere” al consumo dell’acqua del rubinetto, dall’utilizzo di cartucce ricaricabili per le stampanti all’offerta di promozioni 3x2 su prodotti ecologici ai propri clienti.

«I cittadini di Castagnole delle Lanze, anche se particolarmente attenti, hanno bisogno di essere costantemente informati ed aggiornati sulle pratiche della raccolta differenziata –afferma Guido Rosso, assessore all’ambiente- La nostra è una raccolta totalmente porta a porta ad esclusione del vetro che rimane su strada. Dal 2005 la nostra amministrazione ha abolito la TARSU. Al suo posto i castagnolesi pagano una tariffa proporzionale alle dimensioni dell’abitazione e della famiglia e soprattutto alla quantità dei rifiuti indifferenziati prodotti. Pur avendo raggiunto ottimi risultati, grazie all’impegno e al senso civico dei nostri concittadini, attualmente abbiamo riscontrato delle criticità: da cinque anni non veniva fatta una campagna informativa ed anche i cittadini più esperti hanno bisogno di essere aggiornati, senza contare poi l’arrivo di nuove famiglie che hanno bisogno di essere formate».
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giovedì 27 maggio 2010

Infaticabile Greenpeace: alla vittoria sulla Nestlé fa seguito il blitz al Salone del Libro di Torino

di Paolo Ghiga



Gli ultimi oranghi dell’Indonesia, almeno per il momento, possono tirare un sospiro di sollievo: permane il rischio estinzione ma la disputa tra Greenpeace e la Nestlé circa l’utilizzo dell’olio di palma nei suoi prodotti e le problematiche ambientali relative alla sostituzione delle foreste pluviali per far posto ai palmeti si è chiusa, a due mesi di distanza, con una vittoria significativa per gli ambientalisti.

Nestlé ha annunciato che non utilizzerà più prodotti provenienti dalla distruzione delle foreste tropicali e la cui produzione industriale, insieme a quella della carta, è la principale causa della deforestazione delle ultime foreste del Sud Est Asiatico. La multinazionale svizzera si è impegnata ad identificare ed escludere dalla sua filiera quei fornitori proprietari o gestori di “piantagioni ad alto rischio”, come ad esempio Sinar Mas, il più noto produttore di olio di palma e carta indonesiano. E’ giocoforza che vi saranno implicazioni anche per i commercianti di olio di palma come Cargill, che continuano ad acquistare da Sinar Mas.

La soddisfazione di Chiara Campione, Responsabile Campagna Foreste di Greenpeace Italia, è comprensibile e condivisibile. «L’attenzione -assicura Chiara- continuerà ad essere alta per sincerarsi che Nestlé applichi con rapidità la sua nuova politica commerciale: la speranza è che tutto il settore alimentare possa adottare una moratoria efficace sulla distruzione delle foreste tropicali, problema direttamente collegato alla produzione di carta utilizzata dall’editoria italiana per la stampa dei libri».

Quale migliore occasione, dunque, per sensibilizzare le case editrici italiane se non il Salone Internazionale del Libro di Torino: efficace e coinvolgente si è rivelato il blitz di Greenpeace che ha animato l’inaugurazione della kermesse letteraria portando sotto i riflettori due “oranghi” che, libri alla mano, hanno simpaticamente catturato l’attenzione del pubblico.

La speciale classifica “Salvaforeste” illustrata da Chiara Campione circa gli editori più virtuosi e quelli rimandati alla prossima edizione del Salone ha svelato le grosse responsabilità dell’editoria italiana sul fenomeno della deforestazione e dell’estinzione degli oranghi.
Lo slogan coniato per l’occasione “Il futuro delle foreste e del clima è nelle pagine dei vostri libri” ha evidenziato innanzitutto come l’attenzione e la tutela dell’editoria italiana nei confronti dell’ambiente sia quasi del tutto assente: ben 3 editori su 4 non conoscono l’origine della carta che utilizzano per stampare i propri libri.

Ad oggi sono “Amici delle foreste” editori come Bompiani, Dindi, Fandango, Foglio Clandestino, Gaffi, Hacca Edizioni, Il Rovescio, Lonely Planet, Prospettiva, Edizioni Ambiente e La Coccinella.
Questi editori hanno ottenuto ottimi risultati mescolando alte percentuali di fibre riciclate con fibre vergini certificate FSC, alimentando anche, in questo modo, la domanda di carta riciclata sul mercato.
I dati raccolti costituiscono un’ arma in più per coloro che intendono schierarsi a difesa della natura: utilizzando tale classifica, infatti, i lettori potranno fare delle scelte sostenibili ben precise, preferendo le pubblicazioni degli editori che si mostrano amici delle foreste.
Come con la Nestlé, anche in questo caso Greenpeace ha riportato una piccola grande vittoria: convincere un colosso editoriale come la Feltrinelli ad un confronto circa la certificazione della propria tipologia di carta utilizzata nel processo di stampa.

Un dialogo costantemente a stretto contatto con il pubblico, edificato su un confronto costruttivo, sullo scambio reciproco: continua, senza concedersi soste, il progetto di salvaguardia dell’ambiente con la solita, speciale, attenzione all’educazione ambientale, in attesa del prossimo avversario da affrontare a colpi di ricerche stampate, su carta riciclata, s’intende.
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mercoledì 26 maggio 2010

La partecipazione alla base della comunicazione ambientale


di Eleonora Anello

Si è svolto il 30 aprile 2010 a Lissone (MB) il seminario, evento conclusivo del progetto “La scelta sui rifiuti”, dove per scelta si intende: Scegliere, Condividere, Esplorare, Lavorare, Trovare Alternative. L’iniziativa è stata coordinata da Creda, associazione fondata nel 1987 da Legambiente, WWF, AGESCI e Italia Nostra, e si occupa di ricerca, educazione, formazione e comunicazione sui temi legati all’ambiente e all’ecologia urbana.

Dottoressa Daniela Conti come è nato il progetto sui rifiuti che sta coordinando?
«Il progetto nasce dalla volontà di affrontare un tema importante come l’individuazione di un luogo sul territorio dove far sorgere un impianto di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, in particolare quelli organici. La Provincia di Monza Brianza nel suo piano ha indicato questa necessità soprattutto a causa della sua recente costituzione. Così ha deciso di affidar a Creda un progetto di coinvolgimento della cittadinanza. Abbiamo operato insieme al Consorzio che si occupa direttamente dello smaltimento dei rifiuti e che serve i 16 comuni in cui si è incentrata la nostra azione. Il progetto è stato finanziato da CARIPLO».

A chi vi siete rivolti?
«Ci siamo rivolti ai ragazzi coinvolgendo 81 sezioni, circa 1800 individui a cui si aggiungono personale scolastico che ci ha sostenuto con interesse e le famiglie su cui contiamo sulla ricaduta. Alle medie abbiamo puntato sull’informazione. Abbiamo visitato 6 impianti di smaltimento di rifiuti organici, alcuni che producono compost altri invece energia. Siamo andati a Pinerolo e a Montello, vere e proprie eccellenze del settore, e poi ad Asti, Calcinate, Annone e Voghera, dove agli alunni è stata data la possibilità di formarsi un’opinione in merito anche sfatando luoghi comuni. Posso affermare che le suggestioni sono state screditate dai fatti. Siamo poi entrati ulteriormente nel cuore del problema per capire insieme agli studenti come gestire in modo sostenibile i rifiuti non solo quelli organici ma più in generale abbiamo affrontato temi più ampi come la raccolta differenziata, il riuso, per poter produrre degli elaborati finali che daranno vita a una mostra conclusiva itinerante. Per quanto riguarda invece i ragazzi delle superiori, l’approccio è stato diverso. Per capire come si individuano i siti di compostaggio e per superare la sindrome di Nimby (acronimo Not In My Back Yard, "Non nel mio cortile"), ci siamo serviti di un gioco di ruolo soprattutto per far emergere gli elementi necessari per superare comportamenti stereotipati. Infine, nell’ambito di un convegno aperto al pubblico a cui hanno partecipato centinaia di persone e numerosi esperti, una rappresentanza studentesca ha stilato un documento finale inerente all’esperienza presentato poi agli amministratori locali».

Il vostro approccio si incentra soprattutto sulla partecipazione...
«Coinvolgere i cittadini nella realizzazione di queste opere è determinante. Solo in questo modo si possono raggiungere risultati significativi sul territorio e non mi riferisco solo alla gestione dei rifiuti ma anche ad esempio alla mobilità. Non vogliamo solo informare ma far prendere a cuore i problemi da affrontare. Certo non si tratta del metodo più semplice ed immediato ma sicuramente quello che dà i risultati migliori, arricchisce i destinatari rendendoli molto più disponibili a cambiare stile di vita».
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martedì 25 maggio 2010

Le ferite della barriera corallina e la scomparsa del Lago d’Aral: due facce della stessa medaglia


di Paolo Ghiga

Il 3 aprile scorso il cargo cinese Sheng Neng 1 della Cosco Group, con un carico di 65mila tonnellate di carbone e 970 tonnellate di petrolio, si è arenato presso la Great Barrier Reef, la Grande Barriera corallina australiana, che si estende per duemila chilometri lungo le coste del Queensland. Contenuta l’iniziale perdita di 3 tonnellate di petrolio con polveri ed agenti chimici, l’alta marea del 13 aprile ha riportato il cargo sulla linea di galleggiamento.
Lo scafo della nave ha creato nella barriera un canale lungo oltre 3 km e largo fino a 250 metri e timori si nutrono anche per le vernici dello stesso, altamente tossiche. Il danno potrebbe essere riassorbito in 20 anni, sebbene gli esperti propendano per la sua irreversibilità, confermata anche dai toni catastrofici utilizzati dalla stampa internazionale. La Great Barrier Reef torna al centro dell’attenzione mediatica, quindi, dopo le rivelazioni della rivista Science, del gennaio 2009, sullo stato di salute della sua biodiversità minacciata dai cambiamenti climatici e la cui crescita sarebbe scesa del 14% negli ultimi 19 anni, rischiando l’azzeramento entro il 2050. Questi dati allarmistici hanno offuscato la speranza alimentata, in parte, dal progetto di monitorazione della barriera risalente ad alcuni anni or sono.
Nel novembre 2007, infatti, Fondazione e Politecnico di Milano, in collaborazione con la Fondazione Torino Wireless e la University of Queensland di Brisbane, hanno realizzato un sistema di monitoraggio per studiare l’evoluzione della Barriera e ogni minima variazione ambientale.
Una serie di boe, connesse tra loro da una rete wireless, trasmettono ad una stazione base, per la successiva rielaborazione, i dati relativi alla temperatura, alla salinità, alla luminosità etc. L’obiettivo futuro è renderne l’impatto ambientale trascurabile mediante la miniaturizzazione delle boe e creando la smart dust (polvere intelligente).

Mentre proseguono le indagini delle autorità australiane, al confine tra l'Uzbekistan e il Kazakistan si consuma la tragedia del Lago d’Aral. Il governo sovietico, alla conclusione del secondo conflitto mondiale, praticò una politica errata di coltura intensiva, deviando il corso dei due fiumi che alimentavano il lago per irrigare i campi di cotone e le aree circostanti e prosciugandone il bacino. Fu l’inizio della sua lenta agonia.
Il responsabile del progetto, Grigory Voropaev, affermò di voler sacrificare, in nome della agricoltura, un “errore della natura”, in quanto il lago disponeva di un’enorme massa d’acqua in una zona estremamente povera di risorse idriche. L’immenso acquitrino creatosi avrebbe permesso una proficua coltivazione del riso. Diserbanti e pesticidi inquinarono i territori limitrofi, mentre l’arretramento della linea della costa di 150 km in 40 anni ha rivelato un cimitero di navi in un deserto di sabbia e sale.
La posizione geografica, l’ evaporazione e i venti che spirano trasportando sabbia contaminata dagli agenti chimici, hanno contribuito all’aumento di gravi malattie respiratorie e renali. Recentemente il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, scioccato dall’attuale situazione, come molte agenzie di stampa hanno sottolineato, ha invitato i governi degli Stati confinanti a superare i vecchi rancori per tentare di salvare almeno in parte il lago salato di origine oceanica.
Un progetto della Banca Mondiale e del governo del Kazakistan portò alla realizzazione, nel 2005, di una diga presso Kokaral, sul lato nord del lago, per far confluire nel Piccolo Aral il fiume Syr Darya. Seppur incoraggianti, tanto che i media lo considerarono quasi un miracolo, i risultati ottenuti non si sono però rivelati sufficienti. Nella parte a sud, che copre i tre quarti della superficie e confina con l’Uzbekistan, si prosegue con la coltura intensiva del riso e le trivellazioni, rinunciando a ogni intervento utile. Le immagini dei satelliti mostrano una diminuzione del volume dell’80% negli ultimi tre anni: il suo destino appare ormai segnato.

Da un lato decenni di errori e incuria, dall’altra una manciata di minuti e una manovra azzardata: come linea di demarcazione del tempo l’uomo, che persevera nella sua presunzione antropocentrica malgrado l’ambiente mostri chiaramente i segni delle sue profonde ferite.
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venerdì 21 maggio 2010

Dimmi che tonno mangi e ti dirò quanto sei ecosostenibile


di Annalisa Audino

Per chi ha fatto l’università e ha convissuto con altri studenti, facendo i salti mortali per arrivare alla fine del mese con soldi e cibo, sa che può essere un fondamentale ed economico condimento per la pasta. Per chi vive solo è un compagno di cene in solitario e per chi è a dieta un ottimo ingrediente per l’insalata. Di chi stiamo parlando? Del tonno naturalmente.

Il tonno in scatola è la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale e le campagne pubblicitarie cercano di far apparire la sua pesca come una pittoresca industria artigianale. In realtà le flotte che pescano il tonno sono tra le più industrializzate al mondo e sono responsabili di gravi impatti sugli oceani: oltre a minacciare la disponibilità di risorse della specie, mette in pericolo l’intero ecosistema marino poiché solitamente viene pescato con metodi che causano ogni anno la morte di migliaia di squali e tartarughe marine, tra cui specie minacciate d’estinzione. E infine, a soffrirne non è solo l’ambiente, ma anche le popolazioni costiere: i mari vengono depredati dalle flotte straniere a fronte di minimi guadagni ed un altissimo tasso di pesca illegale.

E lo sapevate che l’Italia è uno dei più importanti mercati europei per il tonno in scatola, con un consumo annuo che supera le 140.000 tonnellate, e il secondo più grande produttore in Europa, con una produzione che nel 2006 arrivava a 85.000 tonnellate di scatolette per un fatturato di circa 500 milioni di euro?

Proprio perché le informazioni sono poco conosciute, attraverso un’apposita campagna di comunicazione, Greenpeace ha deciso di diffondere i dati su questo tipo di pesca: non certo per fermarla (cosa ovviamente impossibile), ma per diffondere l’informazione su questo tipo di commercio e di pesca, per spingere le imprese verso una maggiore sostenibilità e per orientare i consumatori ad acquisti più responsabili. Elaborando un’interessante indagine sulla sostenibilità delle scatolette di tonno vendute nel nostro Paese, il gruppo ha inviato un questionario a punti a ben 14 aziende che coprono più dell’80% del mercato nazionale. I criteri di valutazione si sono basati su tracciabilità, politica d’acquisto, sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, modalità per promuovere un tonno sostenibile e equo, etichettatura e monitoraggio della propria politica.

Il report definitivo e la “classifica rompiscatole” si basa quindi sui risultati dell’indagine ed è molto interessante. Ultimo in classifica è il tonno MareAperto della STAR, uno dei marchi più comuni del tonno in scatola in Italia. L’azienda non ha fornito informazioni precise rispetto all’origine del tonno presente nei propri prodotti e, nonostante sia per fatturato una delle aziende leader del settore, STAR dimostra ancora troppa poca trasparenza nei confronti dei consumatori. Tra gli ultimi posti si distingue anche il tonno Nostromo, il più venduto in Italia dopo Riomare, con una quota di mercato pari circa al 10%. Il marchio ha dimostrato ben poca trasparenza nei confronti dei consumatori: ha risposto al questionario di Greenpeace con notevole ritardo, fornendo informazioni poco dettagliate e non rispondendo alle richieste di chiarimenti. Nonostante Nostromo faccia parte del Gruppo Calvo, compagnia conserviera spagnola tra le più grandi al mondo, non utilizza alcun criterio di sostenibilità nella scelta della propria materia prima. Il primo della classe è invece As Do Mar: l’azienda che lo produce – Generale Conserve - ha adottato e messo in pratica precisi criteri di sostenibilità in parte della sua produzione. Riconoscendo l’impatto che la pesca ha sull’ambiente marino, ha trasformato il proprio impegno a utilizzare metodi di pesca selettivi in azioni concrete: circa la metà del tonno a marchio As Do Mar è tonnetto striato pescato con metodi sostenibili. Secondo posto per il tonno a marchio Coop e terzo per quello Mare Blu.

La prima versione della classifica è però stata stilata a gennaio 2010. Da allora alcune aziende cominciano a muoversi nella giusta direzione. Il tonno Callipo è passato nella zona arancio, definita Ci siamo quasi, perché ha sviluppato una politica per l’approvvigionamento sostenibile. Anche Esselunga inizia ad adottare dei criteri per cercare di diminuire l’impatto che la pesca al tonno ha sull’ambiente, salendo di alcune posizioni, seguita da Castiglione. Consorcio si apre al dialogo, lasciando il fondo della classifica. Passi avanti anche tra i più grandi! Bolton, che con il marchio Riomare copre più del 30% del mercato, si è impegnata formalmente a predisporre prima della fine dell’anno una politica di sostenibilità.
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giovedì 20 maggio 2010

Vacanze slow in Alta Badia


di Anna de Polo

Camminare in mezzo alla natura e a paesaggi incontaminati, fare sport all’aria aperta, gustare cibi sani e rilassarsi lontano dallo stress e dall’inquinamento delle città: questi sono alcuni degli ingredienti di una vacanza in montagna così com’è concepita dalla maggior parte di noi. Da quest’anno in Alto Adige si propone un ingrediente in più: rinunciare a utilizzare la propria automobile per tutta la durata del soggiorno. È quanto prevede l’iniziativa “Stop ma con gusto”, lanciata dal Consorzio Turistico Alta Badia: chi vi aderisce deve consegnare all’arrivo le chiavi della propria automobile, che sarà simbolicamente sigillata con una fascia biodegradabile recante la scritta “Stop ma con gusto”. In cambio riceverà una cassetta di prodotti tipici biologici e il rimborso del Mountain Pass, una tessera che permette di usufruire di 12 impianti di risalita estivi e del servizio pubblico di trasporto per spostarsi da un paese all’altro e verso i passi dolomitici. La tessera concede inoltre innumerevoli agevolazioni sugli ingressi allo stadio del ghiaccio di Corvara, alla piscina pubblica, al cinema e altro ancora. Lo scopo dell’iniziativa è limitare il traffico di automobili nella valle, riducendo così l’inquinamento sia atmosferico che acustico, e incentivare i turisti a vivere le proprie vacanze in maniera più semplice e salutare, spostandosi a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici. Facile a dirsi ma un po’ meno a farsi, per chi è abituato a utilizzare quotidianamente l’automobile, ma scegliere di trascorrere le vacanze in montagna significa scegliere natura, sport e benessere e che cosa più del traffico è nemico di tutte e tre?

In Val Badia la sensibilità ambientale è ormai una tradizione: investimenti in bioedilizia, teleriscaldamento a biomassa, impianti di risalita non inquinanti e raccolta differenziata sono solo alcune delle scelte che le amministrazioni pubbliche altoatesine compiono ogni anno a favore dell’ambiente. Lo scorso aprile per esempio è stato avviato il concorso “Il prato più bello”, su iniziativa degli assessori provinciali Hans Berger e Michl Laimer, che spiegano: «Il concorso è molto più che una semplice gara, perché nell’anno della biodiversità abbiamo voluto richiamare l’attenzione sul significato dei prati intatti nella loro biodiversità, ben curati e armonicamente inseriti nel paesaggio». Attualmente i partecipanti sono 150. Scaduto il termine d’iscrizione al concorso, la seconda fase prevede la valutazione dei singoli prati, in base a diversi indicatori quali sito, biodiversità, utilizzo, diversità strutturale, superficie e altro, mentre la premiazione avverrà in autunno.

Restando invece in tema di “gusto”, quest’anno il Consorzio Turistico Alta Badia propone anche, dopo il successo dell’iniziativa invernale “Sciare con gusto”, il nuovo trend estivo “In vetta con gusto”: una serie di appuntamenti che coniugano il piacere di camminare con quello della buona cucina in alcuni tra i luoghi più belli delle Dolomiti, che comprendono ben tre dei siti riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel giugno 2009. Il programma delle varie proposte è ricco di spunti e gustosi appuntamenti: si va dall’“Apenrosa il gusto del tramonto”, aperitivo a base di prodotti tipici altoatesini, ogni giovedì, alle “Escursioni con gusto” alle malghe con degustazioni, alla “Colazione in vetta” per godersi le prime luci dell’alba assaporando prodotti tipici locali.

Se il turismo non è solo un approccio “usa e getta” al territorio, ma anche un modo per prendere contatto con la natura e la gente di una certa località, è giusto che chi sceglie di soggiornare in Alta Badia entri in sintonia con la popolazione altoatesina e la sua spiccata sensibilità ambientale. Se essi amano e tutelano il proprio ambiente naturale a maggior ragione dovremmo farlo noi, che siamo solo “ospiti”, rinunciando alle nostre affezionate automobili per una settimana o due.
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mercoledì 19 maggio 2010

La raccolta differenziata e l’ambiente in un cellulare: testa a testa tra Apple e Nokia


di Paolo Ghiga

Il mondo della raccolta differenziata si fa ogni giorno più ricco di novità e stimoli per noi raccoglitori ai quali è richiesta una grande responsabilità ed una soglia di attenzione relativa per differenziare in termini costruttivi.
Un ulteriore aiuto per i possessori di iPhone, iPod touch e iPad, arriva su AppStore. I progettisti della Artbits Snc di Fabio Trezzi, giovane softwarehouse web oriented di Magenta (Milano), hanno rilasciato l’aggiornamento di un’utility, denominata “Differenziata”, in grado di programmare quotidianamente, organizzandola e ottimizzandola, la dismissione di oltre 200 prodotti.
Tra le funzioni di questo applicativo, giunto alla versione 1.2, dalle dimensioni abbastanza contenute, 0,3 Mb, la possibilità di effettuare ricerche tra i rifiuti da dismettere.
Inoltre, al fine di facilitare la navigazione, è stata modificata la grafica, in particolare, le icone mentre il calendario interno permette di stilare il planning settimanale della raccolta adattandosi alla zona di residenza dell’utilizzatore.
L’impressione è che si tratti di uno strumento valido sebbene i commenti dei clienti siano ancora pochi per rilasciare un giudizio più esaustivo.

Se i possessori di iPhone, iPod touch eiPad dallo spirito ecologista hanno un motivo in più per andar fieri del loro smartphone, anche gli utenti della Nokia, dal 22 aprile, giorno dell’Earth Day, possono ritenersi soddisfatti: la Nokia ha realizzato 8 applicazioni “green” destinate ai suoi cellulari di ultima generazione, direttamente scaricabili dagli Ovi Store. Si va dalla Green Charging Save Energy, per ottimizzare e risparmiare l’energia del cellulare e allo stesso tempo contribuire a ridurre il riscaldamento globale, al WWF EcoGuru, tool gratuito, in grado di calcolare la personale impronta ecologica (carbon footprint). Interessante pare essere la Climate Mission, altra applicazione gratuita, per certi versi simili alla Differenziata della Apple e che educa all’ambiente in modo ludico. Alcuni giochi in essa contenuti, infatti, mettono alla prova l'utente su come riordinare la spazzatura per riciclarla in modo corretto, piantare alberi nella savana, aiutare i contadini in India a mantenere produttivi i campi e tenere pulita l’aria grazie all’aiuto delle formiche, maestre nell'immagazzinare carbonio.

Piace l’idea dell’applicativo studiato per il cellulare, strumento ormai imprescindibile delle nostre giornate, sicuramente un modo divertente per sensibilizzare sulle tematiche ambientali avvalendosi di un hi-tech alla portata di molti.
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lunedì 17 maggio 2010

Acqua pubblica: come si comunica?

di Silvia Musso

In occasione di Accadueo -mostra internazionale delle tecnologie per il trattamento e la distribuzione dell'acqua potabile e il trattamento delle acque reflue, in programma alla Fiera di Ferrara dal 19 al 21 maggio- AICA organizza la mostra “Comunicare l’Acqua Pubblica”.
L’esposizione, allestita nel padiglione 7 vicino alla sala convegni e all’accoglienza delle delegazioni estere, è dedicata ad alcune delle migliori campagne comunicative realizzate negli ultimi anni in Italia sul tema dell’acqua “del sindaco” e del risparmio idrico.

«AICA è un’Associazione che ha tra i propri scopi primari lo studio, la condivisione e la promozione della comunicazione ambientale –spiega Roberto Cavallo, presidente dell’Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale- Con questa mostra abbiamo voluto raccogliere, e portare in un contesto fieristico prevalentemente tecnico quale Accadueo, importanti testimonianze di come possa essere promossa l’acqua pubblica, attraverso tutti gli strumenti comunicativi classici. Perché anche per valorizzare e incentivare il consumo della cosiddetta “Acqua del Sindaco” sono valide le strategie pubblicitarie e di marketing che rappresentano uno dei capisaldi del mercato delle acque minerali in bottiglia gestito dai privati. Questa mostra, inoltre, risulta ancora più importante in un momento in cui è forte e partecipata la discussione nazionale riguardo al tema della “commercializzazione” delle risorse idriche».

Queste le campagne presentate: “Io non me ne lavo le mani” del Gruppo Hera; “Facile come bere un bicchier d’acqua” di Sap per il Comune di Alpignano (Torino); “Anche io bevo l’acqua del sindaco” e “Buona, controllata, economica e non produce rifiuti” di Veritas; “Le case dell’acqua: una scelta sicura e amica dell’ambiente” e “Insieme per tutelare il futuro dell’acqua” di Cap Holding; “T.V.B. – Ti Voglio Bere” del Centro Studi Ambientali di Torino; “Acqua in brocca” del Comune di Arezzo; “AcquaBO – Ogni goccia conta” del Comune di Bologna; “Ruby Netto” di Cs Lab per Caltacqua (Caltanissetta); “Ai nostri bambini diamo un’acqua davvero buona – Smat, la tua fonte di qualità” e “E’ arrivato il chiosco dell’acqua” di Smat Torino.

Ingresso gratuito per i visitatori di Accadueo, negli orari di apertura della Fiera.
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venerdì 14 maggio 2010

Deepwater Horizon: cronaca di un disastro sottovalutato


di Paolo Ghiga

Il terribile incidente occorso in occasione dell’Earth Day alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della Transocean Ltd, gestita dalla compagnia British Petroleum (BP) e dislocata nel Golfo del Messico si è trasformato in un disastro ambientale che rischia di essere il più grave di tutti i tempi, con una chiazza di petrolio estesa ben oltre i 160 km di fronte per 70 di ampiezza e che sta inghiottendo lentamente le Isole di Chandeleur, paradiso ambientale al largo della Louisiana.

L’incidente, dovuto ad una violenta esplosione e seguita da un furioso incendio, ha coinvolto 126 persone, 11 delle quali hanno perso la vita mentre 17 sono rimaste ferite in modo più o meno grave. Nella disperata corsa contro il tempo per arginare la perdita di greggio nel mare, non risolutiva si è rivelata la flotta di 32 navi inviate dalla BP e affiancate da 5 robot sottomarini, incaricati di richiudere le 3 falle apertesi nei tubi di trivellazione. Anche il successivo tentativo di spruzzare 400 mila litri di sostanze chimiche sulla superficie dell'oceano per intrappolare il greggio si è rivelato vano. Nell’arco delle 24 ore, le 3 falle situate a circa 1500 m di profondità disperdono nel Golfo del Messico l’equivalente di circa 5000 barili.

Il disastro della Deepwateer Horizon ripropone il problema del come prevenire situazioni del genere. Il deterrente economico delle sanzioni non è più sufficiente a sensibilizzare le multinazionali del petrolio ma anche di tutte le altre industrie che producono materiali tossici e inquinanti.
Dal novembre 2008 i reati a sfondo ambientale sono considerati a titolo di delitto e quindi gestiti all’interno del codice penale quali crimini tra i più gravi, non più giudicati come crimini “inferiori”. I disastri di Seveso, Porto Marghera, l’inquinamento del Reno da parte della Bayern, l’esplosione della fabbrica di soda della Solvay presso Bhopal, per giungere a Chernobyl e poi ai giorni nostri, non sono sicuramente volontari, né con dolo, ma rappresentano una colpa che dev’essere, d’ora innanzi, giustamente considerata, valutata e giudicata. Meccanismi premiali (causa di non punibilità, ravvedimento operoso, bonifica e ripristino) sono anche previsti per chi si attiva e impedisce o riduce i danni ambientali.
Una volta di più, a fronte all’abbondante legiferazione in materia e del sempre maggior numero di casi e problemi, si rende necessaria un’opera di comunicazione, sensibilizzazione e formazione, con approcci didattici, a livello sociale che puntino a far capire che l’ambiente è un diritto e allo stesso tempo un dovere di ogni cittadino responsabile.

Intanto la British Petroleum e il governo statunitense gestiscono un filo diretto che racconta l’evoluzione del disastro sui due social network più popolari al mondo Twitter e Facebook, sfruttando la potenza e la portata anche di YouTube e Flickr. Sembra che questa volta le grandi multinazionali non vogliano lasciare nulla di oscuro ma al contrario informare la gente. Si legge infatti in un comunicato dell’azienda che « in una situazione di crisi, i social media rappresentano il sistema più efficace per raggiungere le persone desiderose di informazioni, grazie una comunicazione diretta, efficace e aggiornata, se necessario, minuto per minuto». In questo modo il colosso petrolifero intende evitare le manipolazioni da parte di media molto più influenti come televisione e carta stampata, gestendo l’informazione in modo diretto e senza filtri. Ma le notizie veicolate sono oggettive? La British Petroleum ha trovato un modo per banalizzare un evento orribile e coprire le sue responsabilità spostando l’attenzione dell’opinione pubblica?
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giovedì 13 maggio 2010

Quest’estate impara a comunicare l’eco-turismo


di Silvia Musso

Anche quest’anno nel periodo estivo partiranno i campus organizzati dall’associazione APARE, “Association pour la Participation et l’Action Régionale”, e dall’associazione CME, “Centre Méditerranéen de l’Environnement”. L’APARE, associazione riconosciuta dall’Unione Europea, situata nella regione francese Provenza-Alpi-Costa Azzurra, dalla sua creazione, nel 1979, ha organizzato numerosi campi in Algeria, Grecia, Libano, Marocco e Tunisia oltre che in Francia e in Italia nelle Alpi sudoccidentali

Si tratta di campus euro-mediterranei multidisciplinari destinati sia giovani sia a professionisti che intendono conoscere un territorio approfondendo temi quali la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità, l’eco-turismo, la prevenzione dei rischi naturali.
Dopo l’attenzione alla comunicazione dei rischi dello scorso anno, i campus di quest’anno sono caratterizzati, in modo particolare, da un’attenzione specifica all’eco-turismo grazie alla realizzazione di percorsi naturalistici o archeologici intesi a comunicare ai visitatori la storia, la cultura e l’ambiente dei luoghi.

Quei luoghi, frutto della reciproca influenza tra ambiente e abitanti vengono comunicati prima di tutto ai volontari che li conoscono, li studiano e che dedicano loro le proprie vacanze, ma anche ai turisti che li visiteranno e agli stessi abitanti che potranno riscoprire la propria eredità culturale.
I campi 2010 saranno realizzati in Tunisia ad Hammamet, in Marocco a Marrakech, Tamesloht e Tanger-Tétouan, in Algeria a Cherchell, in Francia in Alta Provenza e, infine, in Italia nelle vallate alpine della provincia di Cuneo.

Per chi vuole trascorrere una vacanza solidale, sostenibile e sicuramente originale, all’insegna della scoperta, della formazione e della comunicazione ambientale che passa dallo sviluppo dell’ecoturismo, si rimanda al sito dell’associazione in cui è possibile trovare informazioni dettagliate sui progetti, modalità di iscrizione e costi.
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mercoledì 12 maggio 2010

Grom: tra tradizione e innovazione


di Eleonora Anello

Il limone Sfusato di Amalfi, la nocciola Tonda Gentile delle Langhe, la pesca di Leonforte, hanno detto addio alla plastica. I tanto famosi quanto deliziosi gelati Grom non si contraddistinguono più soltanto per la genuinità degli ingredienti impiegati ma anche per le scelte ecologiche a favore dell’ambiente. Grazie alla partnership con Novamont, leader nella produzione del Mater-Bi, cucchiaini, coppette, sacchi per i rifiuti e shopper saranno completamente biodegradabili.

Fin dal 2003, da quando ha inaugurato la sua prima gelateria nel centro di torino, Grom ha immediatamente puntato sulla creazione di un’immagine forte senza nulla invidiare ai grandi marchi della ristorazione internazionale, adottando un suggestivo claim, “Il gelato come una volta”. Le lunghe code, dai 15 ai 20 metri, non si sono fatte attendere e sono diventate una caratteristica peculiare.
In questa grande opera comunicativa, il marchio Grom non ha tralasciato la passione per l’ambiente adottando un articolato credo aziendale: “Grom Loves World”. La green philosofy è stata affidata ai media e comunicata in ogni punto vendita attraverso materiale informativo sapientemente esposto. Così il consumatore, mentre pazientemente attende il proprio turno, può apprendere che oltre alla raccolta differenziata attiva nei negozi di tutto il mondo (New York, Parigi, Tokio solo per fare alcuni esempi), agli ingredienti provenienti da coltivazioni biologiche rispettose dei tempi della natura, alla carta utilizzata prodotta da foreste gestite in modo responsabile, ai mezzi a basse emissioni di CO2 per la logistica, oggi, Grom bandisce la plastica a favore di un innovativo materiale prodotto dall'amido di mais e da oli vegetali.

«La collaborazione con Grom è un’ulteriore dimostrazione che grazie alle scelte di innovatori è possibile mettere in atto sistemi orientati alla sostenibilità economica ed ambientale ed alla riduzione dei rifiuti diffondendo informazione e cultura nei confronti dei cittadini che sviluppano una maggiore sensibilità nei confronti della salvaguardia ambientale» sottolinea l’Amministratore Delegato di Novamont, Catia Bastioli.

«Grom Loves World non è una campagna di comunicazione ambientale ma il semplice tentativo di un’azienda di essere moderna – precisa Guido Martinetti, impreditore che ama definirsi “contadino gelataio” e comproprietario della società assieme a Federico Grom – La sostituzione delle plastiche inquinanti a favore del Materbi è stata una scelta funzionale in quanto lo abbiamo considerato il materiale che più si addice alle nostre esigenze. Così abbiamo investito negli stampi esclusivi dei cucchiaini, sia grossi che piccoli, grazie anche al contributo di Giulio Iacchetti per il design. Consideriamo i nostri stessi negozi un’occasione per fare comunicazione, un tipo di comunicazione coerente con le nostre azioni e legato soprattutto alla trasparenza».

Cono o coppetta? Noi consigliamo il cono: è zero waste!
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martedì 11 maggio 2010

La fame vien… pedalando!


di Annalisa Audino

Cosa non si fa per una cena gratis! A Copenhagen, presso l’hotel di lusso Crowne Plaza, è necessario pedalare semplicemente un quarto d’ora per gustare una succulenta cena preparata dai migliori chef della struttura. Non è uno scherzo, ma l’originale iniziativa dei proprietari dell’albergo per produrre energia e soprattutto per comunicare che è possibile creare nuove fonti di energia anche attraverso nuove forme di sensibilizzazione e per dimostrare che è possibile coniugare servizi di lusso e massima efficienza con uno spreco energetico pari a zero. I volontari, pedalando su cyclette in grado di generare elettricità, hanno la possibilità di vincere un pasto da 200 corone (circa 27 euro) se riescono a produrre almeno 10 Wh di energia.

Funziona più o meno così: si pedala nella terrazza coperta dove sono state messe delle cyclette che, a una velocità media di 30 chilometri orari, sono in grado di produrre circa 100 Wh di energia elettrica in un arco di tempo di 60 minuti. Ogni volta che un ospite raggiunge 10 Wh viene premiato con il pasto gratuito e la potenza generata, calcolata via via grazie a un iPhone montato sul manubrio, viene conservata in una batteria e reinserita nell'alimentazione principale dell'hotel.

Ovviamente c’è necessità di molta energia, poiché l'edificio è composto da 25 piani e ben 366 camere: l’obiettivo è quello di verificare, entro giugno 2010, se questo tipo di produzione elettrica è in grado di competere contro il sistema a pannelli solari già installato sulla struttura. Inoltre, tra qualche mese, l'uso delle cyclette sarà aperto a tutti e quindi anche gli amanti del fitness potranno pedalare e produrre energia, senza per forza dover prenotare una stanza.

«Il progetto è nato in risposta al vertice di Copenhagen – spiega Frederikke Tømmergaard, dell’ufficio stampa dell’hotel – e per far sì che la città diventasse una delle più verdi del mondo con uno degli hotel più verdi al mondo, il nostro. Tutti possiamo contribuire ad una politica ecologica: questa è la dimostrazione».

«La scorsa settimana 15 persone hanno vinto la cena presso il nostro ristorante. Queste bici elettriche - spiega Allan Agerholm, general manager dell'albergo- offrono ai nostri clienti la possibilità di mantenersi in forma e al tempo stesso produrre energia. Sarà interessante vedere quanti aderiranno in futuro e quanta energia verrà prodotta». L’hotel che fa parte della UN Global Compact, il programma di responsabilità sociale delle Nazione Unite a cui aderiscono le imprese che si impegnano a rispettare alcuni principi in tema di diritti umani, lavoro e cura dell’ambiente, è certificato come edificio ecologico secondo la normativa europea, dotato esclusivamente di lampade a risparmio energetico, asciugamani ad aria e pannelli solari, ed è il primo hotel di tutta la Danimarca a disporre di energia prodotta interamente da fonti rinnovabili.

Se la pedalata ecologica avrà successo, l'iniziativa verrà esportata a tutti gli hotel della catena Crowne Plaza sparsi per il mondo: ovviamente è improbabile che l'intero sistema alberghiero venga totalmente alimentato con le biciclette dei clienti (100 Wh di energia sono appena sufficienti per tenere accesa una lampadina da 100 watt per un'ora), ma è sicuramente un buon inizio per dimostrare che è possibile migliorare e cambiare. Io ho già voglia di pedalare…e voi?
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lunedì 10 maggio 2010

Design e ambiente: un binomio vincente?


di Anna de Polo

Il design ha preso per mano l’ambiente per condurlo fra i locali più trendy di Milano. La coppia, forte ormai di un legame profondo, ha seguito il magico percorso tracciato da lampade volanti, appese –o sospese?- per le vie del centro.

Potrebbe essere l’incipit di una nuova favola urbana, invece è quanto accaduto durante il Salone del Mobile (a Milano dal 14 al 19 aprile). Lo studio di progettazione [1+2=8] ed Ecolight, consorzio per la gestione dei rifiuti elettronici (Raee), hanno lanciato (S)Top Selection, una guida tra gli eventi proposti per il Fuori Salone: così il design si è abbinato all’ambiente per sensibilizzare i cittadini sul tema dei rifiuti elettronici e sul loro corretto recupero. L’iniziativa ha visto protagoniste le lampade volanti by Ecolight che, installate all’ingresso dei locali aderenti al progetto, hanno guidato i visitatori in un percorso attraverso i luoghi di tendenza milanesi. Queste lampade, simili a lanterne o a palloncini, sono state ideate dallo studio [1+2=8] e sono in grado di rimanere sospese a circa tre metri di altezza grazie all’elio e ad una combinazione di tre materiali che impediscono all’elio di fuoriuscire.

«(S)Top Selection è un progetto che abbiamo lanciato l’anno scorso insieme ad Atelier Panda e che ha riscosso molto successo –spiegano Andrea Barra e Davide Gallina, ideatori di [1+2=8]- La lampada conferisce forma e luce, staccandola da quella condizione di staticità che invece è propria delle lampade convenzionali. Non fluttua, bensì vola, diventando strumento privilegiato per lanciare un messaggio. È un modo per ricordare a tutti che una lampadina a basso consumo energetico deve essere portata in piazzola e non messa nel sacco dell’indifferenziata».

Questa delle lampade volanti è solo una delle tante iniziative in cui i temi dell’ambiente e della sostenibilità si combinano con quelli del design, della moda e dell’arte. Da questo matrimonio insolito d’idee e spunti creativi nascono cose come il green glamour, l’eco-design, la green architecture e l’environmental art, che stimolano una crescente curiosità anche tra i non addetti ai lavori. Dall’Atelier del riciclo, che si occupa del riuso creativo di oggetti che apparentemente hanno esaurito la loro funzione, ai quadri vegetali di Isacco Brioschi, sono davvero tante e stupefacenti le nuove forme d’arte che si tingono di verde. A questo proposito segnaliamo il Salone del Lusso Sostenibile (1.618 Sustainable Luxury Fair), che si terrà nel Palais di Tokyo a Parigi dal 6 al 10 maggio. L’evento, patrocinato dal WWF e dal Ministero della Cultura francese, si propone di mettere in mostra opere in cui si coniugano la componente estetica, la qualità dell’oggetto e il rispetto dell’ambiente. Per chi non avesse occasione di andare così lontano ricordiamo la mostra itinerante Fashion Paper, inaugurata a Palazzo Isimbardi il 29 aprile a Milano, dove resterà fino all’11 maggio, per poi spostarsi a Firenze e Torino. La mostra ospiterà gli abiti elaborati dagli studenti delle scuole di moda utilizzando carta riciclata. «Concetto base del progetto -spiega Bianca Capello, curatrice dell’evento- è comunicare la moda, l’arte e il design attraverso un materiale eticamente “buono” e artisticamente affascinante come la carta».

Nel caleidoscopico mondo della moda e del design la presenza delle tematiche ambientali sembra in alcuni casi più una scelta di marketing, che sfrutta la tendenza del momento, piuttosto che la nascita di una vera sensibilità ambientale. In questo modo si corre il rischio di creare assuefazione, abituando il pubblico ai messaggi “green” e diffondendo l’idea che si tratti solo di una moda. D’altra parte, per veicolare i messaggi ambientali al maggior numero possibile di persone è necessario sfruttare molteplici mezzi, nella speranza che questi non ne falsino il contenuto ma, anzi, lo rinnovino, rendendolo più “fresco” e proponendolo sotto una nuova luce.
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venerdì 7 maggio 2010

Quando i detersivi diventano allegri, anzi, bioallegri


di Annalisa Audino

Lava, stira, pulisci, cucina, porta i bambini a scuola, prendi i bambini a scuola, dai da mangiare al gatto, fai la spesa, sii efficiente al lavoro: la vita di oggi è esageratamente frenetica. E se è difficile trovare il tempo per uscire con gli amici, fare una passeggiata o una piccola vacanza, chi lo trova il tempo per fare la casalinga ecologica?!

Produrre ed usare detersivi biologici sembra quasi un privilegio di una ristrettissima e agiata élite che ha le possibilità economiche di scegliere prodotti particolari e il tempo per confezionarli ed usarli in casa. In realtà, è possibile ripensare un modo diverso di detergere, alla portata di tutti e con un occhio di riguardo all’economia ed uno all’ambiente. Il progetto è nato nel 2005, da un forum di discussione in cui i consigli per uno stile di vita più ecologico sono diventati un vero e proprio sito web ed una Guida ai detersivi bioallegri, pubblicata dal Gruppo Mondo Nuovo. Ben coscienti dell’importanza dei problemi ecologici relativi al pianeta, il gruppo ha deciso di dare il suo contributo partendo dalla quotidianità e comunicando e diffondendo il maggior numero di informazioni e trucchi per salvaguardare la collettività. «Abbiamo esplorato l'universo dei detersivi tradizionali – spiegano i fondatori del gruppo - abbiamo studiato i loro effetti e come sostituirli in modo efficace, economico e soprattutto rispettoso dell'ecosistema umano e globale, ma soprattutto abbiamo scoperto che coloro che cercano di vivere in modo ecologico sono tanti e così abbiamo creato il nostro gruppo, per aiutarci, consigliarci e confrontarci. Vorremmo costruire un nuovo modello di vita che sia caratterizzato dalla fratellanza e dalla condivisione non solo di beni materiali ma anche di abilità e idee».

I punti fondamentali per convertirsi ai bioallegri sono pochi e di semplice realizzazione. Il primo passo (economico ed ecologico) è imparare a fare a meno di tantissimi prodotti di cui abbiamo piena la casa: sono davvero pochi i prodotti essenziali per tenere pulita una casa ecologica. Dei prodotti ritenuti insostituibili è poi fondamentale saper leggere le etichette: gli ingredienti sono molto importanti e spesso le loro azioni possono essere sostituite da prodotti meno aggressivi. Tra le varie sezioni del sito, vengono proposte anche alcune ricette, oltre che consigli utili per numerosi lavori domestici: di semplice realizzazione sono, ad esempio, gli spruzzini di acqua e aceto per lucidare e togliere segni di calcare sui rubinetti e pulire i vetri senza bisogno di altri prodotti. Certo, ci vuole tempo: con l’avvento dei detersivi tradizionali abbiamo preso l’abitudine di volere tutto subito. I disinfettanti casalinghi hanno invece bisogno di qualche minuto in più per agire ed essere efficaci quanto quelli tradizionali. Ovviamente non è possibile passare l’intera casa a colpi di aceto e acqua ossigenata o aspettare ore perchè il calcare decida di andarsene, ma sicuramente è possibile trovare delle vie di mezzo che facciano da ponte tra tradizionale e biologico. Un buon inizio è capire che, pur utilizzando detersivi tradizionali, possiamo imparare dei trucchi che cambiano di molto l’impatto degli stessi sull’ambiente.

Per chi volesse acquistare la guida La Guida ai detersivi bioallegri, di M.T. De Nardis, Emi, 2008 può trovarla sul sito del gruppo e in libreria: i proventi della vendita saranno devoluti al Centro pediatrico di Goderich in Sierra Leone, creato e gestito dai medici volontari di Emergency. Per chi invece volesse far quattro chiacchiere con gli autori può seguire il loro blog. In ogni caso fate un giro sul sito internet: il simpatico stile degli autori vi invoglierà a vivere in modo ecologico!
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giovedì 6 maggio 2010

Verso la Rete Italiana dei Compostatori Domestici


di Francesco Rasero

Si celebra fino all’8 maggio la “Compost Awareness Week”, settimana internazionale di promozione del compostaggio domestico che dal 2005 vede la realizzazione di iniziative in tutto il mondo. Nata in Canada nel 2005 per iniziativa del Composting Council of Canada, quest’anno ha come tema “Facciamolo crescere!”, ovvero diffondiamo la pratica del compostaggio domestico attraverso eventi e media, per incentivare la popolazione a praticare questa forma di auto-smaltimento dei rifiuti organici/verdi e spingere le Pubbliche Amministrazioni a incentivare tale comportamento, anche attraverso appositi strumenti legislativi.

La Settimana è stata capillarmente pianificata in Australia, dove il sito www.compostweek.com.au lavora da centro raccolta di tutti gli eventi organizzati per l’occasione sul territorio nazionale, e nel Regno Unito, promossa da Recycle Now, il programma governativo che nei mesi passati aveva già dato vita al progetto “Love Food Hate Waste”.

In Italia è in corso la prima edizione sperimentale, con la nascita di un nuovo sito internet (www.noicompostiamo.it) che si pone come punto di riferimento per tutti i compostatori domestici, con l’obiettivo di creare una “Rete Italiana dei Compostatori Domestici”, la cui fondazione ufficiale è prevista per il prossimo autunno.

Obiettivo primario della “Rete” è quello di riunire, mettere in contatto e coordinare le diverse realtà presenti sul territorio nazionale, in modo da favorire la promozione del compostaggio domestico in tutte le sue forme (individuali e collettive), dando ai propri membri la possibilità di accedere a informazioni utili attraverso lo scambio di conoscenze e consigli, la condivisione di esperienze e mettendo in comune risorse e know how. Altra finalità è sottolineare come il compostaggio domestico rappresenti la soluzione più incisiva (in termini quantitativi), meno dispendiosa e maggiormente praticabile per la riduzione e prevenzione dei rifiuti, sollecitando pertanto le Pubbliche Amministrazioni, a tutti i livelli, a farsi promotrici di iniziative che possano favorirne una reale diffusione in tutto il Paese. La Rete Italiana dei Compostatori Domestici ambisce quindi a porsi come vero punto di riferimento nazionale per chi –individuo, Associazione o Ente- voglia impegnarsi in prima persona a favore di queste tematiche.

Noicompostiamo.it, presente anche su Facebook, rappresenta il primo “step” di un percorso -in parte già definito, in parte da costruire insieme a tutti coloro i quali aderiranno al progetto- che porterà in autunno a dare ufficialmente vita alla “Rete”, con un’assemblea fondativa programmata a inizio novembre 2010. Dopo tale momento, l’adesione alla Rete diventerà effettiva, con la richiesta ai soci di versare una (minima) quota di adesione annuale in cambio di una reale vita associativa: nel frattempo è possibile sottoscrivere on-line il “Manifesto dei Compostatori Domestici”, in modo da compiere un primo, simbolico, gesto di impegno verso la Rete Italiana dei Compostatori Domestici.

Sul sito, inoltre, sono presenti FAQ di base sul compostaggio domestico, con la possibilità di leggere le storie di chi già mette in atto tale pratica e, perché no, raccontare la propria.
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mercoledì 5 maggio 2010

Chiusa la Settimana Nazionale Porta la Sporta


di Eleonora Anello

140 Comuni, 14 Provincie, 2500 punti vendita della grande distribuzione, associazioni, scuole e aziende, si sono uniti per otto giorni, dal 17 al 24 aprile 2010, in occasione della Settimana Nazionale “Porta la Sporta”, per dire basta al singolo utilizzo dei sacchetti, soprattutto quelli di plastica.

Come abbiamo affermato più volte, l’utilizzo indiscriminato degli shopper da parte dei consumatori è diventato un problema di non poco conto per l’ambiente tanto da considerarsi una pratica da superare, simbolo di un consumismo non più attuale.

Le 40.000 borse riutilizzabili donate di questa edizione, promossa dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, WWF, Italia Nostra, FAI e Adiconsum, rappresentano la prova dell’alto gradimento ottenuto e la volontà degli organizzatori sparsi su tutto il territorio di fare in modo che una semplice abitudine possa diventare il "primo" atto di consapevolezza ecologica, battistrada di un percorso di comportamenti virtuosi più rispettosi dell'ambiente.

Eppure, la Direttiva Europea EN13432 proibisce la produzione e la commercializzazione dei sacchetti di materiale non biodegradabile. «La circolare non è pregnante nè vincolante e ciò permette a ciascuno stato membro di recepire con i propri tempi – ha affermato Roberto Cavallo, Presidente Aica, in un’intervista a “La radio ne parla” in onda su Radio Uno, il 22 aprile- Mentre in Francia la norma è già realtà, e ce ne accorgiamo quando andiamo a fare la spesa nelle catene d’Oltralpe, in Italia siamo in attesa che il governo decida. Al momento, il tutto è stato rimandato di un anno. Salvo sorprese, si parla infatti di Gennaio 2011. Certo, anche in una situazione di carenza legislativa, nessuno impedisce al singolo cittadino di cambiare abitudini e di anticipare i lunghi tempi della macchina burocratica».

La riuscita della campagna ha suscitato entusiasmo e soddisfazione negli organizzatori: «Come comitato organizzatore siamo estremamente soddisfatti delle adesioni ricevute e soprattutto dei riscontri entusiasti, tanto da ritenere che ci siano i presupposti per continuare con nuove iniziative e sinergie che vedano sempre più il coinvolgimento, non solamente degli enti locali, ma anche di altre aziende del retail e per far si che anche tutte le borse donate durante questa settimana non rimangano nei cassetti» ha dichiarato Silvia Ricci, coordinatrice della campagna Porta la Sporta.

Grande successo anche per il sito web www.portalasporta.it che, durante la Settimana, ha ottenuto accessi record. Il sito, che si arricchisce anche con il contributo degli utenti che ne usufruiscono, fornisce consigli, materiali e strumenti per organizzare azioni e campagne di comunicazione ambientale a costi minimi. Prezioso strumento per lo scambio di esperienze e il racconto delle “buone pratiche”, rappresenta un’efficace piattaforma di confronto tra attori che condividono obiettivi ed esperienze.
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martedì 4 maggio 2010

Scozia: al via la campagna “Zero Rifiuti”

di Valeria Rocca



«Essere amico dell'ambiente significa vivere in modo tale da minimizzare il danno che facciamo per l'ambiente». Con questa affermazione Richard Lochhead, Segretario all’Ambiente del Governo Scozzese ha sintetizzato la filosofia della campagna di comunicazione “Zero waste ” (ossia “Zero rifiuti”) recentemente presentata allo Blair Drummond Safari Park, vicino a Stirling.

Mascotte dell’ iniziativa un elefantino blu, alto circa tre metri: sarà protagonista di un tour promozionale ed educativo, organizzato in collaborazione con gli enti locali, i supermercati e i negozi di alimentari che toccherà le principali città della Scozia. Per sei settimane il progetto avrà visibilità mediatica sulle principali emittenti tv, radio e tramite affissioni.

L’obiettivo è quello di rendere consapevoli i cittadini su quanto ancora si può fare per aiutare l’ambiente, partendo dalla propria quotidianità. Tra le priorità indicate dalla campagna vi sono la riduzione degli imballaggi da parte di negozi e supermercati, la diminuzione della quantità di carta utilizzata negli uffici e soprattutto l’incentivo alla pratica del compostaggio domestico.

L’idea nasce dalla consapevolezza che gran parte del materiale portato in discarica è una risorsa da poter recuperare. Diventa, dunque, indispensabile educare ed incentivare la popolazione e le istituzioni alla minor produzione possibile di rifiuti, minimizzando gli sprechi di materie prime, incentivando la progettazione sostenibile e riutilizzando materiali di scarto per restituir loro valore.

L’impegno del governo Scozzese è rilevante e punta a creare un sistema che garantisca una società che tenda a rifiuti zero. Se l’esperimento avrà successo non potrà che essere un esempio per tutti.
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lunedì 3 maggio 2010

Carbonopoly: un nuovo modo di imparare giocando


di Anna de Polo


Arriva dalla Svezia un nuovo gioco da tavolo basato sui concetti di energia, ambiente e sviluppo sostenibile: Carbonopoly, che reinterpreta in chiave ambientale il più famoso Monopoly. Inventato da Patrik Larsson, uno studente del KTH, The Royal Institute of Technology di Stoccolma, Carbonopoly è stato concepito per bambini e ragazzi delle scuole come forma di apprendimento attivo, integrativa ai libri di testo, ma può essere giocato anche in famiglia.

L’idea è quella di far conoscere il problema dell’energia e degli investimenti ecocompatibili alle nuove generazioni in modo divertente ed efficace. «Lo scopo principale del gioco -secondo le parole dello stesso Patrik Larsson- non è quello di giudicare o dare indicazioni specifiche riguardo all’utilizzo di certe fonti energetiche piuttosto che di altre, ma di accendere e alimentare la discussione sul tema dell’energia. Bisogna inoltre rilevare -aggiunge Larsson- che i destinatari principali del gioco sono i giovani. Penso che sia molto importante che essi si formino una loro personale opinione su ciò che sta avvenendo nel dibattito energetico».

Il gioco è stato collaudato e perfezionato nell’autunno 2009, in collaborazione con la Casa della Scienza, l’Accademia Reale delle Scienze e un certo numero di scuole nella regione di Stoccolma, e sarà sviluppato su scala più ampia nella primavera 2010. «Inizieremo un nuovo programma di ingegneria, energia e ambiente nell’autunno 2010 -ha dichiarato Per Lundqvist, professore del Dipartimento dell’Energia dell’Università di Stoccolma- Noi infatti crediamo in questa forma di apprendimento come complemento di insegnamenti più tradizionali».

Carbonopoly funziona in modo simile al tradizionale Monopoly, solo che, invece di comprare strade ed edificare case ed alberghi, si costruiscono centrali elettriche e distretti cittadini. Ci sono sette tipi di centrali che sfruttano diverse fonti energetiche: carbonio, petrolio, uranio, vento, acqua, energia solare ed energia di fusione nucleare. I costi d’investimento variano da un tipo di centrale ad un altro, così come i profitti, che possono poi essere investiti nell’edificazione di quartieri e nello sviluppo del sistema dei trasporti. Si possono cioè comprare linee di autobus e treni e poi far pagare una tassa ai giocatori che ne usufruiscono. La valuta utilizzata dai giocatori è la moneta fittizia E; se un giocatore ne rimane sprovvisto può rivendere, alla metà del loro valore, alcuni dei suoi distretti o delle sue centrali, che tornano così allo “Stato” e possono essere acquistati da altri giocatori. Ci sono inoltre delle carte-opportunità, che permettono di vincere nuovi quartieri, e delle carte-domanda, che contengono 300 domande in materia di energia, ambiente e sviluppo sostenibile. In questo modo i ragazzi durante il gioco prendono familiarità con termini come permessi di emissione, investimenti climatici, energia eolica o del moto ondoso etc., concetti che ritroveranno nella loro vita quotidiana e potranno così comprendere meglio, acquistando una maggiore consapevolezza ambientale.

Alla fine il vincitore è colui che realizza il maggior profitto. Questo non è ottenuto investendo nel petrolio e cementificando selvaggiamente tutto il tavolo da gioco, ma attraverso fonti energetiche “pulite” ed investimenti sostenibili. «Infatti- come spiegato dallo stesso Larsson- in Carbonopoly investire nel carbone o nel petrolio comporta costi addizionali, come quelli previsti dal sistema di scambio dei permessi di emissione (Emission Trading System), e ritorni più bassi», per cui non dovrebbe essere conveniente. Resta il fatto comunque che anche in un gioco da tavolo concepito per educare le nuove generazioni la morale della favola sia sempre “vince chi ha più soldi”.
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