lunedì 29 giugno 2009

Grease to Greece 2009: Odissea ecologica

di Eleonora Anello

Partenza dalla Gran Bretagna e arrivo in Grecia, ma con vetture che si alimentino esclusivamente con gli oli esausti, attraverso una rete informale di stazioni di rifornimento di scarti dei fritti: dai fast food ai ristoranti cinesi ai negozi di kebab.
Questa è “Grease to Greece 2009”, seconda edizione di una pazza “corsa” automobilistica per la quale non conta andare veloci ma produrre basse emissioni avvalendosi di dosi minime di combustibile fossile. Per stabilire il vincitore, infatti, non verrà valutata la graduatoria di arrivo ad Atene ma l’impronta ecologica prodotta dai partecipanti.

Ideatore della competizione è il 35enne ingegnere londinese Andy Pag, che già nel 2007 si è recato da Croydon (Regno Unito) a Timbuktu (Mali) attraversando il deserto del Sahara con un camion alimentato a cioccolata (o, meglio, ricavato dagli scarti della sua produzione, oltre 2.000 litri di carburante estratti da quattro tonnellate di residui di fabbrica, a partire dall'olio di burro di cacao).

Anche quest’anno, come già avvenuto nell’edizione di lancio nel 2008, il rally vuole attirare curiosi che si avvicineranno a nuovi modi di muoversi, metodi alternativi per far carburare le auto in modo più ecologico e risparmiando anche denaro. Un’iniziativa simpatica e concreta per diffondere un messaggio chiaro: "Give grease a chance" (“Dai un’opportunità al grasso”), e cioè dimostrare che per fare andare avanti le automobili non esiste solo il petrolio e che, a differenza di etanolo e di altri biocarburanti controversi, il grasso di cucina riciclato è meno impattante sul pianeta.
L’obiettivo di questa campagna fuori dagli schemi è anche quello di dare impulso a una rete commerciale di rifiuti di cucina che altrimenti finirebbero nelle discariche o addirittura in mare. Grease to Greece vuole infatti coinvolgere in modo duraturo i commercianti che contribuiscono al progetto con la donazione dei loro residui, facendo nascere una nuova consapevolezza sui possibili usi alternativi dei loro scarti di produzione.

Il viaggio eco-friendly è anche un modo pratico di comunicare. Una campagna che unisce voglia di viaggiare, turismo sostenibile e competizione sportiva in cui i cardini del marketing tradizionale vengono ribaltati: le idee trovano il medium e non più viceversa.
Si sfrutta innanzitutto l’effetto buzz. Si innesca cioè un chiacchiericcio che si propaga da solo. Una “campagna” che non vuole essere monologo ma che vuole animare chi incontra dialogando con il proprio target. L’effetto è anche virale. Una volta che l’utente viene “ingaggiato”, e cioè coinvolto in prima persona, divene esso stesso sostenitore e si attiva per diffondere l’iniziativa in modo informale e, quindi, in modo più credibile non avendo un interesse diretto se non quello di vivere in un mondo più attento all’ambiente.

Nell’edizione del 2008 del "Grease Rally di Grecia", gli equipaggi hanno percorso 2.500 miglia (4.023 km) raggiungendo Atene, dove l'ambasciatore britannico ha premiato i vincitori con il Golden Lard Award.
Chi sarà il vincitore dell’edizione 2009?
Le iscrizioni sono ancora aperte: per partecipare servono una squadra, un’auto diesel, qualche settimana di vacanza e… tanto grasso di cucina.
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giovedì 25 giugno 2009

I “swiss” a good journey


di Alessio Sciurpa

Interessante advertising per Swiss International Air. LXForty, girato presso i Paramount Studios di Los Angeles in collaborazione con l’agenzia Ping Pong Films, l’animation house di Kansas City MK12 e le musiche di Brian Reitzell è un progetto di Marc Forster (Monster's Ball, Neverland, Quantum of Solace ed altri).Il titolo si riferisce al numero di serie del volo Swiss Air da Zurigo a Los Angeles e si incentra sulle domande personali che Forster (al suo debutto di fronte alla camera da presa) porta con sè durante il viaggio. LXForty espande il tema del viaggio a tutta la vita umana ricollegandolo al suo "ambiente". Non sono necessarie altre parole. Buona visione. Continua...

lunedì 22 giugno 2009

Tutti intorno al totem


di Eleonora Anello


Interessante interpretazione da parte dell’Associazione Sceverti della campagna di promozione del sistema di raccolta differenziata che l’Assessorato alle Politiche Ambientali del Comune di San Benedetto del Tronto porta avanti dal febbraio 2008.
Per “Io amo San Benedetto, io riciclo”, questo il nome del progetto, l’Associazione Sceverti ha scelto di utilizzare come media di contatto dei “totem informatori”, realizzati a mano, esclusivamente con materiale di recupero, dall’artista Federica Di Donato. Questi oggetti di design indicheranno il luogo, il giorno e l'ora del conferimento, posizionandosi lungo le vie interessate.

Questo progetto sperimentale di marketing verde urbano vuole premiare il senso di responsabilità dell’individuo, che deve recarsi lui stresso presso il punto di raccolta, ed incentivarne la partecipazione, rafforzandone al contempo il senso di comunità. Secondo l’Assessore Paolo Canducci “I totem verdi assolvono a una duplice funzione: economica perchè hanno costo zero, in quanto frutto dell'ingegno e realizzati con materiali provenienti dall'impianto di separazione della PicenAmbiente [l’azienda di smaltimento locale, ndr] e sociale perchè dimostrano che i rifiuti differenziati hanno un’utilità pubblica. In questo caso sono indicatori del luogo in cui sosteranno le Gabbianelle, unità mobili per la raccolta di umido e secco non riciclabile”.

Oggetti visivamente piacevoli e accattivanti si adattano al contesto ambientale circostante, si stagliano nel territorio come punti di riferimento di un cammino virtuoso e conferiscono maggiore credibilità a un gesto che aiuta l’ambiente. Feticcio del cittadino virtuoso, dell’individuo che rispetta e tutela la propria città tanto da diventarne tutore lui stesso.

I cittadini sembrano gradire.
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giovedì 18 giugno 2009

Tree Rave per T-Mobile

di Alessio Sciurpa

Cosa succede quando una compagnia leader nella telefonia mobile come T-Mobile decide di dedicarsi alla comunicazione ambientale?

Nascono prodotti interessanti come i quattro Flash Mob che potete trovare sul sito MobilizeWithT-Mobile, dove campeggia a chiare lettere l’intenzione dell’azienda: “Let’s make a difference. Together".

Tre i principi cardine su cui si impernia la strategia green di T-Mobile dedicata alla telefonia mobile:

1. Riduci gli sprechi (di carta), crea un account green;
2. Riutilizza, acquistando il cellulare Moto W233 Renew (di cui avevamo già parlato in un nostro precedente post), il primo telefono composto da materiali riciclati.
3. Ricicla, per ogni vecchio telefono riciclato il “T-Mobile Handset Recycling Program” pianterà un nuovo albero.

Ad aprire la serie il primo Flash Mob “Una azione green, ne merita un’altra”, che è un po’ il leit motiv della serie, fino a quest’ultimo dove durante una normalissima giornata estiva al parco, improvvisamente tutto si anima e si trasforma in un vero e proprio “Tree Rave”.

Di per sè i video non sono di particolare impatto, se non fosse che sfruttano la popolarità generata dai due splendidi precedenti Flash Mob di T-Mobile (che sicuramente tutti i frequentatori della rete ricorderanno): quello alla Liverpool Street Station di Londra e il Sing-along di Trafalguar Square.

Di sicuro un’ottima dimostrazione di come all’interno di una strategia comunicativa a carattere puramente commerciale, si possa integrare con successo una campagna più mirata al sociale ed alle tematiche green.
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lunedì 15 giugno 2009

Adotta un orto a distanza

di Eleonora Anello


In primavera è iniziata la semina dei terreni. A giugno sono previste le prime consegne. E per chi vive nelle aree urbane e non ha né tempo, né spazio, oppure non ha semplicemente voglia di cimentarsi nella produzione contadina, c’è chi ha pensato a loro. Nasce da questi presupposti “Le verdure del mio orto”: consegne a domicilio settimanali, spazi agricoli esclusivi da scegliere per dimensione e per coltivazione e da far coltivare su delega.

Ma come adottare un orto virtuale? Lo chiediamo a Giovanni Ferraris, 36 anni, responsabile della comunicazione di “Le verdure del mio orto”.
Si fa tutto in 4 semplici passaggi: definire la dimensione in base alla composizione del nucleo familiare o del gruppo, abbiamo ad esempio uffici e anche aziende, l’ultima che ha adottato un orto è una ditta di catering. Poi è necessario selezionare le verdure scegliendo da un range di 39 ortaggi e scegliere le aiuole con erbe aromatiche, frutti di bosco o fiori; e, infine, selezionare gli accessori tra quelli proposti come il foto-album con la raccolta delle immagini oppure lo spaventapasseri per dare un’identità al proprio appezzamento. In futuro vorremmo offrire altri prodotti del territorio come formaggi e carni per completare l’offerta”.

Le verdure sono tutte biologiche anche se per risparmiare sui costi finali l’azienda non si è ancora certificata, le consegne si effettuano con furgone a metano per ridurre le emissioni inquinanti e poi, tra le altre attenzioni rivolte all’ambiente, l’utilizzo esclusivo di concimi naturali, l’irrigazione a goccia per risparmiare acqua, il controllo delle erbe infestanti tramite la pacciamatura con teli biodegradabili.

Questo progetto di coltivazione agricola a consumo diretto sfrutta le potenzialità della comunicazione digitale, che diventa così lo strumento per gestire l’autoproduzione e ritornare alle vecchie tradizioni precluse a chi vive nelle zone urbane. Un connubio virtuoso tra innovazione e tradizione, connubio che si sta consolidando anche in molte altre realtà.

Il rispetto della stagionalità delle verdure e la consapevolezza che il consumo di alimenti di stagione contribuisce a potenziare il sistema immunitario rappresentano alcuni dei principi cardine che animano la Fife Diet.
Fife è una regione della Scozia situata a Nord di Edimburgo dove da qualche anno si promuove il consumo local principalmente per ridurre l’inquinamento tra le cause dei cambiamenti climatici. Un progetto pioneristico che incoraggia le persone a utilizzare solo i prodotti che provengono dalle zone limitrofe. La catena di approvvigionamento diventa più corta e in tal modo si riesce a mangiare meglio e a risparmiare denaro.
Per mettere in contatto produttore e consumatore si sta già lavorando allo sviluppo di un software per cellulare che permetterà di trovare i più vicini fornitori e creare una rete di punti vendita di prodotti locali nei centri urbani.
Il progetto funziona tanto che in un anno dai 14 soci che hanno fondato la rete si è passati a 600. Interessante come questo progetto abbia influito anche sulla morfologia sociale dell’area, numerose famiglie per seguire questo nuovo stile di vita, si sono definitivamente stabilite nel Fife.

Ma questo tipo di esperienza si moltiplica. Negli Stati Uniti, il termine "locavore" indica quelle persone che si nutrono solo di alimenti di provenienza locale, mentre in Canada e in Australia sono attivi i "100-mile diet", persone che cercano di mangiare il cibo che proviene da un raggio di non oltre 100 miglia dalla loro abitazione.

Tutti i nuovi dieters garantiscono che il nuovo regime alimentare non solo fa bene all’ambiente e al portafoglio ma anche alla linea. Sicuramente a ridosso dell’estate non guasta perdere un po’ di peso grazie al taglio degli zuccheri massicciamente presenti nei prodotti alimentari trasformati.
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giovedì 11 giugno 2009

“Save your Energy” con Obama Girl


di Alessio Sciurpa

America's Greenest Campus è il primo concorso fra college universitari statiunitensi che cerca di sensibilizzare le comunità dei campus al risparmio energetico e a ridurre la loro impronta ecologica.
Il concorso nasce come partnership tra Climate Culture e SmartPower con il supporto del Dipartimento per l’Energia Statunitense.

L’America’s Greenest Campus contest è stato lanciato anche attraverso un video di BarelyPolitical.com con la ormai famosissima Obama Girl (alias Amber Lee Ettinger) che incoraggia i giovani universitari a seguire la strada indicata da Obama, aderire al green movement e naturalmente “salvare la loro energia” aderendo all’America’s Greenest Campus contest. Il video è scaricabile qui.

Il concorso, che si concluderà il prossimo 5 di Ottobre, decreterà i vincitori di due differenti categorie: il campus con il maggior numero di partecipanti e quello con la maggior riduzione di impronta ecologica per singolo partecipante. I vincitori riceveranno un premio in denaro di 5.000 dollari da investire in iniziative per incrementare la sostenibilità del proprio campus.

Un'interessante campagna che mira a influenzare i giovani, a cambiare il loro comportamento e il loro rapporto con l'ambiente, attraverso un concorso che tende a stimolarne la partecipazione.
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martedì 9 giugno 2009

Fai sentire la tua voce con Social Yell

di Eleonora Anello

Social Yell è un social network in cui discutere del comportamento etico di aziende e organizzazioni non profit. Si tratta di uno spazio web che raccoglie tutte le informazioni salienti sulla Corporate Social Responsibility (CSR). E’ semplicissimo iniziare, basta registrarsi e cominciare a discutere e postare commenti o recensioni su organizzazioni, aziende e politici che hanno a vostro avviso, un’impatto negativo o positivo sul nostro mondo. Basta votare (Yell) le discussioni che pensi gli altri utenti debbano assolutamente leggere.

La Corporate Social Responsibility è un concetto recente per cui un'impresa che adotta un certo tipo di comportamento, monitorando e rispondendo alle aspettative economiche, ambientali, sociali dei suoi stakeholders, consegue anche un vantaggio competitivo e, nel lungo periodo, incrementa le vendite e massimizza gli utili.
Oggi più che mai un prodotto non è apprezzato dal consumatore unicamente per le caratteristiche qualitative esteriori o funzionali; il suo valore è formato in gran parte da caratteristiche non materiali, come l’immagine, le condizioni di fornitura, il suo ciclo di produzione (LCA), i servizi di assistenza e di personalizzazione, la sua storia e la storia del brand che lo commercializza.

Gli utenti di Social Yell sono consumatori attenti, poco superficiali, che non si basano su astratte dichiarazioni, al contrario vogliono conoscere non solo il comportamento più o meno etico di un’impresa, esigendo un impegno concreto, quotidiano e credibile, frutto di una precisa politica manageriale e di un sistema aziendale organizzato a tal fine.

Sulla scia di Social Yell è nato Zoes (Zona Equosostenibile) un esperimento di social network dedicato alle tematiche green, che aggrega e mette in contatto persone con le comuni passioni per la sostenibilità e la salvaguardia dell'ambiente.
Questo tipo di contenitori hanno una doppia valenza: da un lato contribuiscono a smascherare eventuali pratiche di “Green Washing”; dall’altro sono una miniera di informazioni per le aziende che vogliono indirizzare i loro prodotti in ottica più sostenibile.
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venerdì 5 giugno 2009

Social guerrilla, viral warning e super hero


by Alessio Sciurpa

Terroristi climatici
e comuni supereroi, abbiamo selezionato, due dei video prodotti da Oxfam GB per il YouTube & Cannes Young Lions Contest 2009. Rappresentano entrambi dei buoni esempi, tra i tanti, di come veicolare il tema del cambiamento climatico attraverso azioni convenzionali e non.

Oxfam International è una confederazione di 13 organizzazioni che lavorano congiuntamente nel tentativo di sradicare povertà e ingiustizia, ancora una volta un’azione di social guerrilla…ma questa volta dedicata alla salvaguardia ambientale…
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mercoledì 3 giugno 2009

Coltivare la città


di Alessio Sciurpa

Lo sviluppo dell’agricoltura di prossimità nelle arie urbane e peri-urbane, il diffondersi di giardini pensili e orti verticali tra gli altri, sono alcuni dei sintomi che sottendono al bisogno insito negli abitanti delle grande aree urbane di recuperare un contatto con la natura, l’agricoltura e con la genuinità del cibo che ad esse è legata. Come già sottolineava Lester Brown nel suo Piano B 3.0, così Andrea Calori nel suo “Coltivare la città, giro del mondo in dieci progetti di filiera corta” da voce a questa tendenza, raccogliendo per la prima volta in un unico volume esperienze di agricoltura urbana provenienti da varie parti del mondo, alcune recenti altre in essere da anni. Che cosa accomuna un immigrato del Bronx, una donna di un sobborgo di Osaka, una contadina senegalese, un panettiere della ricca Monaco di Baviera e un autista venezuelano?
Ciascuna di queste persone è protagonista di storie legate al cibo. Ognuna appartiene a gruppi e comunità che, in modo più o meno formalizzato, si sono organizzate per vendere o acquistare prodotti alimentari che vengono consumati vicino ai luoghi di produzione.

Il libro racconta esperienze che nascono in contesti diversi con diverse modalità di sviluppo legate da un unico filo conduttore. Quanto tempo ha richiesto la stesura di questo lavoro e da dove nasce l'idea?
La stesura del libro in sé è stata rapidissima, ma questo è stato possibile perché abbiamo alle spalle circa quindi anni di lavoro sul tema del rapporto tra città e campagna, attraverso attività radicate nella ricerca universitaria all'interno del Politecnico di Milano e legate alla partecipazione al mondo dei movimenti e delle reti sociali. In particolare dall’anno 2000 abbiamo avviato ricerche relative a iniziative cittadine o istituzionali partecipate con forti ricadute in campo ambientale, sociale ed economico e capaci di produrre nella pratica politiche di sviluppo locale auto-sostenibile. Da queste abbiamo approfondito quelle esperienze di filiere agro-alimentari corte-locali che coinvolgono e danno nuovo impulso all'agricoltura periurbana. Altreconomia, che conosce bene il nostro lavoro, ci ha così proposto di scrivere un testo, dal momento che sul tema non esistono pubblicazioni. La stesura del libro in sé ha richiesto tre mesi di lavoro a tempo pieno, durante i quali abbiamo prima selezionato i progetti per noi più significativi, per poi ricostruirli il più possibile nei dettagli, anche intervistando direttamente i protagonisti. Da ultimo abbiamo cercato di raccontare i progetti scelti tramite vere e proprie storie, con l’intenzione di renderli accessibili a tutti, anche a chi non si occupa del tema della filiera corta agroalimentare dal punto di vista accademico.

Perché parlare di valorizzazione delle realtà agricole e di prossimità oggi?
Innanzitutto per ristabilire le giuste proporzione: il mercato globale ci ha fatto credere che il mondo intero si nutra attraverso un modello di monocolture intensive la cui produzione è estremamente distante -in termini temporali, spaziali e commerciali- dal momento del consumo; ma i dati, per esempio FAO, raccontano una storia diversa, nella quale con il lavoro delle piccole aziende agricole famigliari e con modalità associabili a quelle della filiera corta si sfama un terzo della popolazione mondiale, con punte che arrivano al 90% nel caso della popolazione africana. In secondo luogo, perché a noi sta particolarmente a cuore la realtà milanese, che grazie alla presenza di un parco agricolo periurbano, offre, in termini di filiera corta, opportunità insperate: solo per citarne una, la possibilità concreta di contrastare la pervasività dell’ambito urbano, che mette a rischio la stessa presenza delle aree agricole.
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